Pagine

lunedì 23 aprile 2012

Il crollo dei giganti (Too big to fail)


Il crollo dei giganti (Too big to fail):
Nel 2008, in seguito al crollo della Bear Stearns, quinta società di credito bancario degli Stati Uniti d'America, anche la Lehman Brothers accusa profondamente gli effetti della crisi del mercato immobiliare e la bolla finanziaria sui mutui "subprime".
Di fronte al crollo verticale delle proprie azioni, l'amministratore delegato della compagnia Dick Fuld anziché vendere, si trincera dietro alla forza del proprio nome, impedendo sostanzialmente qualunque tentativo di svendita del gruppo.
Inizialmente reticente a un intervento su scala nazionale, il segretario del Tesoro Hank Paulson, si trova costretto a fare da intermediario quando la Lehman si avvicina pericolosamente al fallimento.
Nonostante le attente strategie politiche di Paulson, i tentativi di salvare la compagnia attraverso l'intervento di gruppi stranieri o americani vanno in fumo e nel settembre 2008 la Lehman Brothers dichiara bancarotta.
Le conseguenze del fallimento di quello che solo fino a pochi mesi prima era uno dei più solidi operatori dei titoli di stato, spezza in due l'opinione pubblica che, se da una parte elogia il tesoriere per non essere intervenuto con un finanziamento pubblico, dall'altra lo accusa di aver rivelato un'insanabile crisi pronta a disperdersi su tutte le borse occidentali.





Non è solo il neo-liberismo americano a mostrare le sue crepe ma anche il modello televisivo della HBO.
Film per la tv dal solido impianto produttivo, mini-serie interpretate da attori e caratteristi eccellenti, serie televisive dalla scrittura vivace e senza filtro: la popolare tv via cavo di proprietà della "Time Warner" ha notevolmente contribuito a elevare lo standard della drammaturgia televisiva americana.
Purtroppo, ogni tanto questa aspirazione a un tipo di instant movie radicato nei temi della contemporaneità mostra anche le debolezze congenite della perfetta filiera della serialità americana.
Portatore sano dei pregi ma anche dei difetti di questo preciso meccanismo di drammaturgia in "presa diretta", "Too big to fail" ricostruisce i momenti più salienti di quel crack datato settembre 2008 dal punto di vista politico e istituzionale di Henry "Hank" Paulson, con maggior preoccupazione di ottenere un realismo solido che di costruire un racconto espressivo.
Tratto da un romanzo del giornalista Andrew Ross Sorkin, il film di Curtis Hanson si regge tutto sul talento di uno stuolo di premi Oscar e su una ricostruzione incalzante, da political thriller, degli eventi e delle decisioni che hanno portato alla crisi più acuta dopo la Grande Depressione del 1929.
Se i primi confermano tutti - da William Hurt a Paul Giamatti, da James Woods a Billy Crudup - l'efficacia del metodo da Actor's Studio nel "diventare" personaggi reali, è invece il metodo di scrittura cosiddetto walk and talk, basato sulla credibilità delle parole fitte e complicate degli organi decisionali, a risultare gravoso sull'economia narrativa.
I continui innesti presi dai telegiornali locali o dalle conferenze stampa di Washington rappresentano gli unici momenti di respiro, di distensione, all'interno di un groviglio che concentra in poco più di un'ora di e mezzo il complesso meccanismo che soggiace all'intero neo-capitalismo finanziario.
Hanson, da questo punto di vista, non fa molto per compensare la ripetitività e lo schematismo forzato delle scene di contrattazione verbale.
E se a questo si somma che Too big to fail perde sia in termini di tempismo di cronaca che di efficacia narrativa contro il genere documentario, arrivando per ultimo dopo il Capitalismo partigiano di Michael Moore e il chirurgico Inside Job di Charles Ferguson, si intuisce che anche la HBO, ogni tanto, sopravvaluta il proprio valore di mercato.

0 commenti: